Ricevere il Dalai Lama, andare ai Giochi

Da oltre quattro decenni il Dalai Lama è riuscito a sviluppare un apparato istituzionale di segno progressivamente democratico per la comunità tibetana in esilio riformando così nel profondo una società altrimenti di stampo feudale che dal primo medioevo è rigorosamente divisa per classi sociali soggette all’autorità morale e spirituale delle quattro denominazioni buddiste e dell’antica religione Bon. Il Dalai Lama però, da qualche anno, va dicendo di volersi dedicare esclusivamente alla mediazione e alle riflessioni più proprie di un capo spirituale che non a quelle di un leader politico in esilio.
24 MAR 08
Ultimo aggiornamento: 04:33 | 8 AGO 20
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Da oltre quattro decenni il Dalai Lama è riuscito a sviluppare un apparato istituzionale di segno progressivamente democratico per la comunità tibetana in esilio riformando così nel profondo una società altrimenti di stampo feudale che dal primo medioevo è rigorosamente divisa per classi sociali soggette all’autorità morale e spirituale delle quattro denominazioni buddiste e dell’antica religione Bon. Il Dalai Lama però, da qualche anno, va dicendo di volersi dedicare esclusivamente alla mediazione e alle riflessioni più proprie di un capo spirituale che non a quelle di un leader politico in esilio. Le sue sortite pubbliche raramente si concentrano sulla questione del Tibet e nel suo peregrinare evita sempre il confronto con la Cina incassando con un sorriso i “no” dei politici europei agli inviti all’incontro – come successo in Italia per ben due volte nel 2007. Se il governo tibetano in esilio incoraggia e sostiene pienamente questo basso profilo chiamato della “via mediana”, ritenendolo condizione necessaria al dialogo con Pechino per un’autonomia amministrativa, molte fazioni della comunità tibetana in esilio, specie quelle che vivono negli Usa, denunciano che il tempo per la ricerca di una soluzione condivisa coi cinesi sia scaduto e, nell’anno delle Olimpiadi a Pechino, rilanciano la via indipendentista. Anche se nessuno di coloro che hanno osato criticare il Dalai Lama in occasione dell’anniversario della 49a rivolta del 10 marzo scorso si è assunto la responsabilità politica di quanto avvenuto in Tibet in questi giorni, è indubbio che esiste una diffusa frustrazione nei confronti della strategia del governo in esilio. Questo scontento è arrivato al culmine proprio in Tibet in questi giorni col forte rischio di trasformazione della lotta non-violenta in moti secessionisti armati. E’ chiaro a tutti i ribelli in Tibet che le possibilità di vittoria sono inesistenti, ma al “vivi libero” essi paiono prediligere il “o muori tentandolo”.
Ancora una volta Stati Uniti e Gran Bretagna hanno indicato la via: Bush ha ricevuto il Dalai Lama alla Casa Bianca, Condi Rice ha invitato i cinesi a non usare l’esercito contro i manifestanti rilanciando la necessità di un dialogo trasparente, Nancy Pelosi è andata fino a Dharamsala per sostenere la richiesta di un’indagine internazionale del Dalai Lama, mentre Gordon Brown, sostenuto da Tory e Lib-Dem, ha annunciato che incontrerà il leader tibetano a maggio e ha forzato il protocollo pubblicizzando il desiderio di dialogo confessatogli da Wen Jiabao in privato. Riuscirà D’Alema, nelle poche settimane che gli restano, a riscattare una scialba gestione della Farnesina facendosi promotore di una posizione dell’Ue sulla falsariga di quanto fatto dagli anglo-americani?